domenica 11 aprile 2010
Il veliero dei bei bucanieri
Se avessimo potuto intuire le nostre vicine avventure, forse avremmo riso di meno, o forse di più, perché tutti noi eravamo persone ardite e nulla ci spaventava, nemmeno gli spargitori di rifiuti, nemmeno le tempeste, che in quei mari diventavano veri e propri sconvolgimenti della natura. Ma ne avevamo viste tante e l’allegria del nostro cuore ardito ce le aveva fatte sempre superare.
Con noi c’era anche una sirena, Debora l’avevamo chiamata quando, bellissima, era salita sul nostro veliero, con un guizzo argentato. Bellissima restava gioiosa tra noi e ci rallegrava col suo canto. Non è vero che il canto delle sirene sia pericoloso. La sua voce ci univa ancora di più, ci rendeva felici e coraggiosi, pronti a cambiare il mondo! E ora anche lei rideva con noi, rubò il berretto da babbo natale di Luca e si mise a danzare sulla sua splendida coda di pesce, cantando limpide note del fondo del mare.
Amavo Debora, la bella sirena, amavo quel momento di festa, i balli e i giochi del delfino e pure il panettone che aprimmo e ci dividemmo, buono a casa, ma nel nostro veliero era diventato un po’ secco e salato, strano sotto i denti. Che importava! Era bello essere lì, noi quattro bei bucanieri, un delfino e una sirena sulla rotta dei pesci muggepi.
Ma noi quattro bucanieri, io Renato, poi Luca, Andrea e Marco, dovevamo ricordarci molto a lungo quel natale sulla scia dei pesci muggepi, che tutti insieme si fermarono inabissandosi nell’improvvisa ombra nera che aveva oscurato il blu felice del mare. Debora la sirena si fermò in mezzo alla sua più dolce canzone e il delfino smise le sue acrobazie, inabissandosi senza restituirmi il berretto da babbo natale,
Di fronte a noi, nera e immensa, si stagliava la nave stracarica di rifiuti dannosi. Una grandissima gru era già pronta a scaricare, toccava il pelo dell’acqua, facendo fuggire lontano gli abitanti del mare. Ma per nessuno poteva esserci scampo, i rifiuti seguendo la corrente sarebbero arrivati dovunque, bisognava fermarli, subito!
“alto là!” urlai con la mia voce possente, e così urlarono i miei fidi marinai. Dalla nera nave si affaccciarono una ventina di volti ghignanti... e noi eravamo solo quattro bucanieri e una sirena! E quelli erano armati di mitra, noi solo del nostro amore per la vita! Ma nulla sarà mai più forte dell'amore, e Debora cominciò a cantare. Un macigno sarebbe diventato ghiaia, ascoltando le note della nostra sirena, ma ben più duro era il cuore di quei cattivoni, che senza rifletterci su arpionarono il nostro bel veliero... eravamo prigionieri, noi quattro bucanieri e la nostra bellissima sirena! La mia testa lavorava furiosamente: eravamo noi, capaci di affrontare situazioni ben peggiori, intanto la nera nave era legata a noi, dunque chi poteva dire chi fosse prigioniero di chi? Nella situazione, bastava vedere dove ci avrebbero trainati; qualcosa ci sarebbe venuto in mente. Feci segno ai ragazzi e cominciammo a cantare a squarciagola, tra le risate di Debora la sirena, tre canzoni sconce dei pirati dei sette mari.
La nera nave andava veloce e presto giungemmo a una frattura tra gli scogli della riva di un isolotto non esistente sulle carte nautiche: era un roccione tra le onde, ma la spaccatura apriva la strada a un vasto lago salato che si trovava, in pratica, giusto sotto l'isola scoglio. Allora Debora cominciò a ridere e nella lingua delle sirene ci annunciò nuove sorprese. Sotto di noi in effetti sentivo discutere dei delfini: non erano fuggiti, ma probabilmente già sapevano che quello era il campo base della nera nave.
Giungevano intanto a frotte uccelli marini dal verso stridente, alleati speciali dei bucanieri ecologisti: una canzone della bella sirena bastava a farli arrivare, ed ecco che.... oh poveri uomini cattivi! Seppelliti da cacche di uccelli marini, gridarono il pentimento più sincero, giurarono, implorarono... e subito i delfini, di cui uno portava un berretto da babbo natale, agganciarono la nera nave scacazzata e la trainarono fino al tribunale capeggiato dal bravo dio Nettuno, che ci sapeva ben fare con quei cattivoni, rendendoli docili come agnellini, non per niente era un potente dio marino.
Così noi con la nostra bellissima sirena tornammo a casa a festeggiare il nuovo anno sulle spiagge di casa nostra, tra canti, nevi e un bel falò, e a Debora la bella sirena regalai per star calda un bel maglione verde come la sua coda!
domenica 26 luglio 2009
storia e preistoria...
Un vecchio barbuto e armato di clava camminava tra i boschi fittissimi in punta di piedi, dato che era in piena preistoria, ma lui non lo sapeva, in effetti quando ha cominciato l’uomo ad essere consapevole di vivere un’epoca? Be’, il vecchio barbuto, che si chiamava Ugh, era convinto di vivere in piena storia, avendo una compagna, tre figli, una figlia, sei nipoti e un dinosauro che gli faceva i servizi in caverna. Una bella caverna fra l’altro, con l’unico difetto di essere scavata così a perpendicolo nella roccia che quando usciva mezzo addormentato la mattina, Ugh rischiava sempre di precipitare nel laghetto giù in fondo, un paio di volte gli era capitato… e detestava fare il bagno appena alzato.
Però era una bellissima caverna, spaziosa, dotata di tutte le comodità moderne, anche le nuore erano sempre contente. Ugh pensava a queste cose mentre silenzioso andava a caccia di conigli preistorici, grandi che con uno tutta la famiglia ci si sarebbe saziata e sarebbe avanzata pure un po’ di carne per fare salsicce: nella storia di Ugh, vale a dire nella nostra preistoria, non si usava ancora allevare maiali, ma coi coniglioloni ci si poteva far tutto. A dire il vero,le donne e i bambini coltivavano un magnifico orto, giù in riva al lago, ma a Ugh piaceva cacciare, perché era un uomo preistorico, vestiva di pelli e aveva una bellissima clava tutta decorata.
Trovò le orme di un magnifico coniglio e prese a seguirle, lento, nel folto. Eccolo lì che rosicchiava un quercione, il bellissimo coniglio dalle orecchie grandi, sarebbe bastato un colpo di clava e SBAM! Ma qualcosa, forse gli occhi tondi e gialli del conigliolone, lo fermò.
Perché dovete sapere che molta magia si aggirava in quei tempi preistorici tra boschi e caverne e rupi minacciose, e niente di più facile che imbattersi in un coniglio magico,evento sempre affascinante ma a volte un po’ seccante, dato il rischio di restare senza cena.
Ma il gran coniglio parlò.
“vecchio Ugh, il tuo istinto di cacciatore ti ha condotto a una bella preda, e non sono poi così giovane da avere rimpianti. Non è nemmeno doloroso sapere che servirò da buon cibo per la tua splendida famiglia. Ed essere ucciso da una clava come quella è davvero un onore… ma… se decidi di risparmiarmi, ti farò vedere la storia, fervente di avvenimenti e valorosi cavalieri, e dopo vedrai ancora la dopostoria, le grandi conquiste della modernità, un certo berpuscone, meglio inteso come governatore del mondo, che riporterà dopo millenni di storia quello stesso mondo a nuova preistoria come qui da noi, ma senza più boschi né caverne, solo deserti di nebbie.”
Poiché era molto curioso, il vecchio Ugh accordò grazia al coniglio, che gli disse di chiudere gli occhi e di avvicinarsi al suo orecchio destro, avendo il conigliolone l’orecchio destro dominante. Quante scene vide il vecchio Ugh! Cavalieri e draghi fumanti, gnomi e masche, hobbit e donzelle sperdute e salvate, generali e soldati, spade e baionette, fucili e cannoni, case e castelli, potenti e miserabili, mobilia ed elettrodomestici, carri e automobili, treni ad alta velocità e cumuli di spazzatura, nevi eterne squagliate dall’effetto serra, mari contaminati dal petrolio, e molto, molto altro, fino al gran finale in cui un piccolo berpuscone, simile a un topastro gigante (le dimensioni, come si sa, sono relative), sghignazzava mentre l’universo intero sprofondava nel deserto di nebbie.
Intontito, il vecchio Ugh si staccò dall’orecchio antenna, tirando un sospiro di puro sollievo. Era bello essere nella preistoria e avere da pensare soltanto al cibo e ai giochi a carte scolpite, la sera: di sicuro erano molto meno pesanti di quella strana scatola che chiamavano televisione, e che aveva dato potere ai berpusconi distruttori dell’universo. Ugh era vecchio ma ancora forte, amava la sua donna e le belle bevute di acqua di sorgente, così fredda e inebriante: vedere l’acqua imprigionata in bottiglie di plastica l’aveva sconvolto.
Ma era troppo tardi, perché ormai sapeva troppe cose del futuro:
“ coniglio, coniglio, fammi dimenticare!”
Ma il conigliolone magico, giustamente, era scomparso!
Ugh si sentiva vecchio di millenni, ora. Il suo mondo non sarebbe mai più stato lo stesso. Sospirò e riprese la strada della sua caverna, ma… non c’era più! Al suo posto, c’era un agriturismo! Perbacco, ma allora erano DAVVERO trascorsi millenni!
Una delle attrazioni dell’agriturismo “dei boschi preistorici” pare sia un nonno, armato di una strana clava, vestito di pelli e con la barba aggrovigliata ai capelli lunghissimi, che compare nelle notti di luna piena, ululando un pianto per la sua caverna perduta. Qualcuno dice che sia un semplice lupo mannaro, ma noi che conosciamo la storia e la preistoria, sappiamo che si tratta del vecchio, vecchissimo Ugh, tradito da un miserabile coniglio ad antenne turbofoniche…
mercoledì 15 aprile 2009
gioia felicità
un albero in fiore
un tetto di tegole rosse
il mio cagnolino che corre e annusa il mondo
i miei amici che scrivono come me
i nostri pensieri ascoltati da tutti
questo è amore
gioia delicata dell'esistere.
domenica 22 febbraio 2009
riflessioni
Il più forte, il più antico, il più greve dei punti in comune tra emigrazioni vecchie e nuove è di certo la speranza, che porta ad affrontare avventure verso l’ignoto o verso un sogno impreciso e dorato raccontato ieri dai migranti per lettera ad amici e parenti, oggi anche dalla pubblicità. Il mio amico Mohamed, venditore ambulante e mio fornitore di calzini caldi e sorrisi generosi, aveva sentito gran bene dell’Italia in tv. Male non ci sta, perché, come tanti vecchi e nuovi migranti, si è saputo costruire uno spazio nella nuova terra che l’ha accolto. Ma forse gli italiani del sogno americano avevano, ai tempi, qualche possibilità in più. Oggi chi arriva in Italia da lontano, e parlo dei cosiddetti “regolari”, affoga in una burocrazia esasperante e umiliante. Sarà paragonabile alla quarantena dei migranti del sogno americano o alle petizioni degli svizzeri per mandare via gli italiani? In comune allora abbiamo anche le paure del diverso che si vivono più o meno dovunque gli abitanti del paese ospitante. All’attuale situazione poi dei cosiddetti “clandestini” in Italia arriverò in seguito. Per ora mi fermo ai tratti comuni: la speranza in una situazione migliore, speranza spesso delusa almeno oggi, e le variegate difficoltà di farsi accettare, quasi che chi viene da lontano sia automaticamente colpevole di qualcosa. E ora passiamo alle differenze. Certo, i viaggi ora sono molto più facili, escludendo chi viaggia in condizioni precarissime sui gommoni o sulle carrette del mare, ma quelli, si sa bene che sono i clandestini. Chi ha avuto la fortuna e la capacità di integrarsi nella nostra società, può facilmente, come il mio amico Mohamed, tornare a casa due volte l’anno, mantenere i contatti per telefono e anche via internet, tutte cose impensabili per i migranti d’antan. E certo questo migliora molto la loro qualità di vita.
Quali i vantaggi delle migrazioni per il paese ospitante? Dovrei dire la presenza di forza lavoro a basso costo, lo so, ma per me il più grande vantaggio per tutti è lo scambio di culture e il conseguente allargamento del pensiero, sempre, s’intende, per chi vuole capire. Lo svantaggio va tutto al paese di provenienza, che perde persone e idee.
Per rendere meglio fruibile il processo di emigrazione e immigrazione, infine, voglio esporre il mio pensiero iniziando con un discorso sui citati clandestini. I recenti fatti di Lampedusa, l’attacco ai rom, sono segnali di una chiusura negativa al massimo da parte di un governo evidentemente privo di memoria storica. I clandestini sono persone alla ricerca di un mondo più umano ed affrontano viaggi inverosimili per trovarlo – si può paragonare il titanic alle carrette del mare? - ed è pura vergogna per l’Italia che venga fatto trovar loro un mondo disumanamente infame. Per me che vivo una semplice discriminazione del diverso, ma ho una bella casa, cibo e amici, è facile e orribile immaginare le condizioni di uomini donne e bambini al centro di accoglienza di Lampedusa. Ma quale accoglienza!!!
Il rimedio? Siamo ancora in tempo e non è difficile. Basta accogliere sotto i nostri cieli tutte le persone con amore, sapendo che c’è posto per tutti e che tutti hanno qualcosa da dare. La chiusura, la violenza e le ronde, potranno solo peggiorare le cose.
Ho con questo scritto voluto esporre il mio pensiero, quello di un ragazzo disabile che ha imparato su di sé che cosa significa e quanto pesa il rifiuto.
martedì 10 febbraio 2009
il mio nuovo cagnolino...
Un gran giorno sta spuntando. So che vorrei averne molti, come questo, con fredde albe rosate in un cielo limpidissimo. E gioisce con me il mio nuovo cagnolino Iridyk. Lo so che è un nome strambo, ma lui è un cucciolo bislacco dalle idee vulcaniche. E corre beato sull’argine del fiume, senza altri pensieri che il gioco e le corse verso il padrone che lo richiama. Fiuta felice profumi meravigliosi per lui, erba e rugiada e pipì di altri cani che gli narrano verità impenetrabili agli umani. Infine con un salto mi vola sulle ginocchia, batuffolo pieno di gioia di esistere, bagnandomi di rugiada mattutina. E adesso, a casa!
sabato 31 gennaio 2009
racconto a puntate
Terza e ultima puntata
“poeti riletti
milioni provetti
portateci aiuto
potente e saluto”
improvvisai. Era un po’ scarsa, ma avrebbero capito. E subito comparvero in fila tre poeti barbuti, una fata verdolina a cui Cracrà indirizzò un gracidio che significava ciao mamma, una masca vecchia vecchia, uno gnomo cercafunghi, un cane greve di anni e esperienza e un micio tutto nero. A vederli così, nessuno avrebbe pensato a una forza imbattibile, e infatti Vik li squadrò a dovere, perplesso. Ma non aveva altro e poi era molto beneducato, per cui salutò gentilmente e offrì il suo miele. I poeti ne furono deliziati.
Miele squisito, mi lecco anche il dito, poetarono in coro, compresi cane e micio: e fu come un tam tam boschivo, un richiamo alle forze segrete e fiduciose del bosco di noci, un via! gridato alla partenza per la giusta battaglia. Stormi di storni si raccolsero in due giorni, entrando a far parte dell’esercito dei poeti.
“andate davanti alla sala dei colloqui, e, CACATE!” ordinò la vecchia masca, ridendo.
“dalla cacca di storno non c’è ritorno” disse un saggio poeta.
Andarono. Due giorni di fila il cielo fu nero di storni cacatori, finchè la porta di entrata fu completamente bloccata.
Noi sotto il noce sentivamo gli effluvi stornellici e ridevamo di cuore, immergendoci nella visione a distanza di tutti quegli imprenditori costretti a munirsi di pala e lavorare sodo per rientrare nei loro uffici!
“non si fermeranno per così poco” osservò Vik, distribuendo il miele.
“no, ma ora ci rendiamo fungaioli” disse lo gnomo: e detto fatto, davanti agli uffici spuntò un bel muro di funghi bianchi e rossi, umidi e fragranti e abitati da gnomi fungaioli. Ma gli uomini dell’ufficio non credevano negli gnomi e volevano friggere i funghi, ma più ne raccoglievano e più ne spuntavano, come funghi proprio! E gli gnomi entravano nei calzini e addentavano caviglie e polpacci a più non posso.
“Accidenti che morsi ste zanzare”, dicevano a turno tre dei raccoglitori, grattandosi furiosamente. Un bel po’ dopo, con tutti i recipienti colmi, dai cestini della carta straccia ai portapenne, decisero che poteva bastare. Lì fuori c’era una foresta di funghi grandi e piccini, ma intanto potevano godersi un buon pranzetto a base di funghi trifolati. In sala mensa avevano padelle e casseruole, aglio a spicchi e olio extravergine. A qualcuno il dubbio che quei funghi fossero velenosi era venuto, ma il direttore capo era così sicuro che nessuno osò contraddirlo mentre friggeva, salava, mescolava e assaggiava. Ma i funghi degli gnomi, si sa, danno strane visioni, e proprio il direttore capo vide all’improvviso il vecchio Noce con un gruppo di esseri stranissimi appollaiati lì sotto a sbafare miele.
Strizzò gli occhi e scosse la testa:
“impossibile” disse “nel mondo moderno i poeti non esistono più, non c’è tempo!”
Intanto anche gli altri avevano facce verdastre e occhi sbarrati, chi vedeva ranocchi, chi fatine verdi, chi gatti neri e cani stravecchi… mal di pancia collettivo, ma quello era il meno, le visioni erano spaventose… era il senso di allegria e unione del nostro gruppo che li spaventava. E noi ridevamo, buttati a terra tra le fronde del vecchio Noce.
Vennero da noi, tenendosi per la zampa, lo scoiattolo Elvid e la marmotta Isetta, intimiditi e gentili, non erano soli, rappresentavano in due tutta la marmotteria e scoiattolaggine del bosco.
“scusateci se siamo stati così sciocchi da fidarci degli umani” esordì Elvid “per fortuna abbiamo capito che saremmo stati distrutti insieme al bosco” diede una pacca a Isetta, che concluse:
“siamo qui per aiutarvi!”
La meravigliosa Bruk sorrise in rima, come solo lei sapeva fare, e disse:
“grande giornata si è oggi levata, a nostra gloria è qui la vittoria, danziamo felici che siam tutti amici!”
“miao, bau!” approvarono il micetto e il vecchio cane, che di amicizia se ne intendevano. E tutti iniziammo a danzare e il ranocchio era un bel principe e io ero un bel giovane e gli imprenditori laggiù stavano su internet a fare il biglietto aereo per la gran bretagna, dove speravano di trovare boschi più innocui, perché già stavano pensando alla Funghella, una crema di funghi multiuso per crostini e crostate. Un vero imprenditore non si scoraggia mai.
“in due salti vado lì e avverto i troll” disse Cracrà, ridiventando ranocchio. “c’è un clima fantastico da quelle parti!”
“torna tardi, mio bel suggeritore, fai con calma, carissimo” rise Bruk.
“e trova moglie una buona volta, figlio scapestrato” aggiunse la fatina.
Era tempo di andare, breve era stata l’avventura ma avevo un sacco di nuovi amici con cui presto mi sarei ritrovato, e grazie a loro tornai felice a casa.
sabato 24 gennaio 2009
racconto a puntate
Seconda puntata.
Infatti gli umani della fabbrica avevano previsto ogni cosa, e ben si stavano organizzando; stavano quindi lavorando al progetto di un complesso di villette a schiera per marmotte al pianterreno e scoiattoli al primo piano, dove sarebbero entrati saltando dai rami dei pochi noci rimasti. Inorridito, ascoltavo e mi chiedevo come impedire lo scempio del bosco che fin dall’infanzia era stato il mio rifugio ed era anche memoria di secoli e di eventi. Il vecchio noce avrebbe potuto raccontare storie per anni, scrivere dozzine di libri, cantare grandiose canzoni. E anch’io ne ero partecipe.
“immagino”, dissi in linguaggio boschivo, “che ci voglia un aiuto, qualcuno che abbia esperienza deve parlare al popolo dei boschi prima che gli scoiattoli, che sono velocissimi, vadano ai colloqui di ingresso perché gli umani sono tosti, sapete… possono convincere uno scoiattolo a lavorare dodici ore di fila in cambio di una decina di noci, o peggio, di una fetta di pane e Nocella.”
“e chi può aiutarci?” domandò Vik, triste. “Per fortuna le marmotte sono dormiglione e prima che si decidano ad andare a lavorare…”
“ci può venire in soccorso Bruk, una Poetessa grande quasi quanto te, Vik. Le poetesse hanno risposte per molti problemi! “
Bruk era mia amica da moltissimi anni: bellissima e grande, formava delle rime a volte un tantino ermetiche dato che riteneva che per risolvere un problema ci si dovesse almeno sforzare di capirlo. Per questo erano in molti a rivolgersi a lei. Bruk aveva anche un ranocchio portarime, Cracrà, che al bisogno le faceva da segretario e suggeritore. Io conoscevo la parola d’ordine tre volte ripetibile per chiamare Cracrà e la dissi nel pensiero, perché è segretissima. Il ranocchio venne saltando, verde e lucido d’acqua piovana: il tempo si era messo al brutto e lui aveva incontrato un temporale coi fiocchi.
“vedete un po’ che magnifica giornata!” disse allegro. Il vecchio Noce mosse il suo folto capo greve di foglie, amava anche lui la pioggia. E noi sotto di lui eravamo al riparo. Gentilmente raccontammo al ranocchio le nuove notizie del bosco di noci, non dimenticammo nulla…e Bruk apparve improvvisa e luminosa alla fine del racconto.
“di qua e di là dai noci
giungono guai veloci” poetò, sedendosi mentre iniziava a diluviare. Cracrà le saltò in tasca, facendo sporgere la testa verde chiaro.
“in altre faccende, molte vicende, chi non s’arrende ben si…”
“difende, sorprende, accende, riprende” suggerì Cracrà. Bruk sospirò, a volte il suo portarime era un po’ precipitoso.
“difende” concluse. Io allora ricordai di quando lo Spirito verde dei boschi si era alleato con Bruk e i poeti, gli animali e le fate e le masche, per impedire la costruzione di un fast food nel Bosco dei Poeti; però lì erano tutti d’accordo, mentre qui gli animali erano incerti… poi se ben rammentavo, Cracrà era in realtà un principe in incognito, figlio del re dello Spirito verde dei boschi. Mi aveva raccontato la storia la mia amica Camilla, che mi aveva poi fatto conoscere Bruk. E capii che Bruk voleva suggerire di rivolgersi ai poeti, che dal loro bosco foltissimo ci avrebbero potuti aiutare convocando i loro alleati.
domenica 18 gennaio 2009
racconto a puntate
Prima puntata
Un bel giorno di maggio, nuovo nuovo nella sua mattina festosa, brillante di primavera, decisi di guidare la mia mente in un luogo sconosciuto, vivo di personaggi nuovi e freschi come quel mattino. Incontrai per la prima volta il buon orso Vik, guardiano del bosco di noci. Portava un giubbotto blu e nove viti da cacciatore, un berretto di felpa e un bel vaso di miele per lo spuntino di mezzodì. Aveva una barbetta chiara e viaggiava di noce in noce e di felce in felce, canticchiando e ascoltando le voci del bosco. Con le viti afferrava le lettere che gli scrivevano gli scoiattoli e le marmotte, messe bene in vista sull’uscio delle loro tane, e se le appuntava alla barba, prima di tutto per non rovinarle, e poi perché il giubbotto blu non aveva tasche.
Le lettere parlavano tutte di un bieco progetto di alcuni umani che volevano valorizzare quel piccolo mucchio di natura selvaggia, così dicevano, costruendoci nel bel mezzo una fabbrica di Nocella, una crema di noci multiuso, dolce, salata, cremosa, cotogna. Per erigere la fabbrica era necessario abbattere buona parte del bosco e quindi le noci non sarebbero bastate, ma non importava perché per la crema di noci bastava un po’ d’acqua, farina e aromi chimici, zucchero e sale. La Nocella le noci non le aveva mai viste, ma la fabbrica nel bosco di noci avrebbe dato un’ottima impressione ai clienti. La pubblicità avrebbe fatto il resto.
Gli scoiattoli e le marmotte erano stati invitati a recarsi all’ufficio assunzioni per un colloquio: che magnifica opportunità, era scritto, lavorare in fabbrica a due salti da casa. Ma quale casa, se al posto degli alberi con nido ci veniva la fabbrica? Questo chiedevano a Vik gli scoiattoli e le marmotte.
Bisogna pensarci su, ragionava Vik guardando le lettere: non sapeva leggere, però vedeva lontano e la faccenda della fabbrica gli piaceva poco. Le api ad esempio dove sarebbero finite, dove si sarebbe rifornito di buon miele? Poi, gli uccellini che rallegravano tutti col loro canto, desti fin dall’aurora, dove sarebbero migrati? Vik aveva inteso dire che per lui c’era un posto di alto dirigente, ma mica gli piaceva l’idea di lavorare in fabbrica, gli garbava restare lì a fare l’orso guardiano del bosco. Così l’orso ragionava, meglio di molti umani. Ben sapeva che, a differenza del popolo animale, l’uomo corre dietro a un buffo progresso che toglie il sale alla vita… e anche il miele.
Volle il fato che ci incontrassimo vicino al noce più anziano, le cui fronde secolari avevano protetto i draghi dai cavalieri erranti e avevano assistito a dolci storie d’amore di cui portavano un ricordo di cuori incisi sulla corteccia.
Parlo piuttosto bene la lingua universale dei boschi; e l’orso nonostante la stazza aveva un aspetto bonario e gentile. Mi piacque subito e gli chiesi perché portasse tutte quelle lettere avvitate alla barba. Mi offrì una tazza di miele e l’albero mi offrì le sue noci migliori. Parlammo.
Le opinioni degli alberi sono importanti, ma noi non le stiamo a sentire. Eppure parlano chiaro, ascoltate, se vi capita, il vento che passa tra le foglie: capirete un sacco di cose. Il noce ci parlò del delicato essere del bosco, di mille piccoli fatti d’ogni giorno. Era un po’amareggiato dall’atteggiamento di scoiattoli e marmotte, che stavano giudicando la faccenda da un punto di vista da umani: senza pensare al destino degli alberi, ma solo preoccupandosi delle loro case. Io non ci vedevo gran differenza, visto che le loro case erano giusto negli alberi, ma il noce ne sapeva più di me.
sabato 17 gennaio 2009
natale
resta un giorno speciale
natale
e scambi di piccoli doni
ma il dono più grande è una stella
mia sorella fra noi.
domenica 30 novembre 2008
il testo che mi ha fatto vincere il premio.
Potreste crederci anche voi, dopotutto!
Nei miei pensieri bellissimi sogni si scatenano: buon giornalista sarò nei miei anni giovanili, scrittore quando la vita mi farà più esperto. Prima di giudicare banale questo progetto, ascoltate la mia storia. A sei mesi un vaccino ha stroncato i giorni di un possibile normale futuro, da allora sono disabile in carrozzina e in silenzio, ma ho ali che mi fanno volare e idee che mi danno il via. A scuola era già una scommessa; tre anni in più di materna feci, ai tempi, perché si pensava che più in là non potessi andare. Ma alle medie ho trovato chi credeva in me e ho iniziato a scrivere. Credetemi, la comunicazione facilitata è una bellissima invenzione per chi non ha il dono magico della parola detta. Lo so e lo vedo bene che molti non ci credono, che io possa veramente dire quello che penso, dato che non si crede che io possa pensare. Sapete, frequento la prima superiore, col mio bagaglio di comportamenti curiosi e un’etichetta attaccaticcia di ritardo cognitivo grave, indice a quanto pare di una scarsa propensione al conoscere, e non limite superabile dovuto ad esperienze che l’irrompere della patologia mi ha impedito. Chi non ha dei limiti alzi la mano: ma invalicabili appaiono i miei alla potente dea che ha nome scuola superiore, rifugio di bravi pensatori che amabilmente accolgono noi disabili gravi, -l’espressione gravi già fa intravvedere il notevole nostro peso sociale - purché ce ne restiamo al nostro posto. La nostra limitante testolina non ci consente un vero percorrere il tempo, il domani è difficile programma, per noi. Cospicui progetti futuri, fermi! Siete frutto di un equivoco, non potete esistere! Userei una metafora: noi disabili gravi siamo tarli nelle travi delle certezze dei normodotati, e scalfendole viene giù tutta la segatura e alla fine la trave crolla. Guai in vista, occorre prendere provvedimenti, il foro nel legno va coperto di cera così il tarlo soffoca e muore, ma non l’abbiamo direttamente ucciso. Nel mio attuale cammino mi trovo sovente a giocare il ruolo di tarlo nelle formidabili certezze dei miei insegnanti, che, pur non conoscendomi affatto, avevano già chiari i miei limiti. Per togliere un tappo di cera mi occorre, piccolo tarlo come sono, un cavatappi eccezionale: la mia intelligenza, travi barcollanti delle vostre certezze! Le mie diversità, garanti di un mondo migliore.
Portentoso sarebbe il futuro lavorativo del mondo, a voler comprendere questo semplice concetto. Le differenze sono l’urticante difesa da un potere disumano che ci vuole tutti uguali e perfettamente integrati, e chi non si adatta sarà disintegrato. Tuttavia nonostante la mia scarsa tendenza ad una integrazione disintegrante, reggo i ritmi scolastici senza gran fatica, e ho deciso di raccontare che cosa ritengo utile nel mio e nell’altrui futuro. Immagino nella mia mente un giornale che faccia conoscere avvenimenti del mondo, ma non un giornale di guerre, bensì un giornale di pace. In redazione ci saranno un po’ di ragazzi della comunicazione facilitata e qualche facilitatore. Gli articoli saranno scritti da noi e dai nostri corrispondenti dell’estero, normodotati o disabili che siano, l’importante è che vogliano partecipare, in un’ottica di cooperazione internazionale basata sull’onestà e su progetti di pace. Il ricavato delle vendite servirà a coprire le spese previste e no, e ciò che avanza servirà a finanziare nuovi progetti di pace.
Già vedo, poiché li conosco bene, quei sorrisetti di compatimento dei lettori di queste interessanti idee… Utopie? Se una trentina d’anni fa qualcuno avesse prospettato l’uso dei moderni telefoni cellulari, sarebbe stato preso per matto, e ora non sappiamo farne a meno. E poiché io ho realizzato l’utopia dell’esprimere liberamente il mio pensare, credo nella possibilità di realizzare altri e diversi progetti. Uno dei quali è quello di mantenere vivo l’uso dei libri, letti o ascoltati, perché ogni libro contiene un mondo di eventi e di idee in cui interagisce anche il lettore, senza i limiti imposti dalle immagini dei film o peggio degli sceneggiati della TV. Questa è ovviamente la mia opinione, ma mi ci attengo dato che amo i libri e vorrei scriverne. Il futuro è anche circolazione di pensiero, dappertutto, anche dove i bisogni primari sono ancora insoddisfatti, perché aiutare il pensiero è anche fornire capacità per soddisfarli; e del resto, il poter liberamente esprimere il proprio pensiero è di per sé un bisogno primario. Eppure si pensa che questo sia privilegio dei normodotati residenti negli stati occidentali e ricchi, e al massimo si pensa generosamente di fornire a chi è disagiato, dis-abilitato, cibo e medicine. Ma l’anima del disagiato rimane grande e formidabile e capace di insegnare e di apprendere: un giorno non lontano ve lo sapremo dimostrare.
lunedì 10 novembre 2008
scrittura creativa
Se fossi fuoco scalderei chi ha freddo,
se fossi vento porterei racconti,
se fossi acqua ognun disseterei,
se fossi Dio ridarei gioia al mondo;
se fossi il Papa giocherei di nuovo,
se fossi Obama abolirei le guerre,
se fossi morte verrei sempre gentile,
se fossi vita canterei la gioia.
Se fossi Walter come sono e fui
farei vedere tutto il mondo gaio
tristezza e noia lancerei lontano
violenza e guerra metto a fare il paio
insieme al mondo fanno solo un guaio.
Se....
Se quando gli altri dubiteranno di me
proprio come avviene oggi a scuola
saprò resistere e tener duro come faccio ora
e farò breccia in un solo cervello
se saprò ordinare a cuore e nervi
al mio strambo cervello funzionante
di tener duro contro tutto e tutti
nonostante la stanchezza e l'amarezza
mia sarà la terra e i suoi tesori
e, ciò che più conta, sarò Uomo
(e mica ce ne sono tanti....)
venerdì 31 ottobre 2008
mare della vita
Mare di un blu fresco e greve
ti bacio di nuovo
in te trovo un ricordo salato
delle gaie genti
nuotatrici della vita
vita che amo!
domenica 5 ottobre 2008
paese silente.
Grigio chiaro tra i boschi di castagno
silenzi antichi nel vento
cammino per vie di mistero.
giovedì 25 settembre 2008
Per la morte della mia dolce canina
domenica 21 settembre 2008
siamo ancora qui
E' il nuovo autunno
il freddo dei monti
invita a gioiosi ritorni.
Il mio cuore prende gioia
vedendo un camino acceso.
Tre alberi.
Tre alberi vecchi nel bosco
presi dal vento del nord
nidi vuoti di uccelli migrati
dal ricordo dell'estate.
Grazie a voi
mi è leggiadra la via.
venerdì 15 agosto 2008
tra le onde
Brezza.
Fresche onde spumose
sabbia e risate
ho desiderio di vento marino.
Burrasca.
In fondo
pesce lo fui pure io
l’acqua mi è madre e vecchia amica
ora ci sono bandiere di vento
un po’ lo so che burrasca mi attende
però non tremo.
Vele lontane.
Begli orizzonti
Col vento e vele colorate
Tra il blu delle onde e l’azzurro del cielo.
Io vago nei sogni marini
Tra sabbia e fondali
Nel breve attimo dell’onda stranita.
domenica 10 agosto 2008
Canzone nel vento.
Io esisto, io canto una canzone ventosa che porterai con te Debora dolce tiranna per le nebbiose vie della tua nuova misteriosa città che vedrà i tuoi passi danzanti di capoeirista del sogno. Forse ci incontreremo lassù, perché tu mi hai insegnato che ho anch’io ali di farfalla e colori per il vento da portare lontano, dove finisce l’arcobaleno. Mi avvolgo nel sogno e volo, farfalla colorata dell’avventura, tutto quello che mi hai insegnato è, indelebile, nella mia anima felice. Mi viene da dirti anche cara tiranna che ad essere felice basta poco, porta con te la mia canzone nel volo e se qualche volta sarai un po’ triste tirala fuori dalla sua tasca segreta in fondo allo zaino dei sogni, e vedrai che ti strapperà un sorriso.
domenica 20 luglio 2008
piccoli giochi dei monti.
Dentro un bosco di pini
cade la pioggia
alzo felice il viso.
Faggeta
Vento tra i faggi
fresca voce del bosco
gioca tra le foglie
come un minuetto
mentre il sole puro nell'azzurro
mi invoglia a camminare ancora.
San Pellegrino in Alpe
Il piccolo paese
mostra i suoi tetti grigi
e l'incanto dei monti
e di antiche vite grevi e leggere
dal prato guardo l'orizzonte e il cielo
fiocchi di nubi bianche mi liberano il cuore in volo d'ali lieve.
Giro del diavolo
In quel cumulo di sassi peregrini
ho lasciato ricordo anch'io
con la mia carrozzina tra i prati
e una parola soltanto: timidezza.
lunedì 14 luglio 2008
per Eluana oggi.
Non so cucinarmi un piatto di pasta e nemmeno prendere il cibo da me, ovvero, come dicono quelli dell'ASL, non sono autonomo nel soddisfacimento dei bisogni primari.
Ma la mia è vita, vita bellissima, entusiasmante, ricca.
Io non so che vita senta Eluana intorno a sé, e nemmeno cosa provi davvero suo padre e se sia condizionato da questa società che va a caccia di finti valori e perde di vista la vita e l'amore. Ma credo che Eluana viva e senta, ma purtroppo non lo può dimostrare, e un giorno un tribunale ha decretato la sua condanna a morte per questo. Se non potessi più scrivere, non vorrei davvero una simile condanna... spero ancora per lei e per tutti noi, che tra gli strambi valori come i nuovi modelli di telefonini e automobili, ritorni presto il rispetto per la vita.
lunedì 7 luglio 2008
un po' di fantasia
Fatine.
Bevve la sua tazza di caffè forte e si avviò al lavoro, nel polveroso ufficio alla periferia cittadina. Non amava guardarsi allo specchio e nemmeno pettinarsi, quindi come ogni giorno sarebbe arrivato al lavoro con i pantaloni scoloriti, il colletto della camicia infilato dentro e un bottone slacciato. Tanto nessuno ci fa caso, lì, si disse ravviandosi la criniera con le mani prima di dare l’assalto al bus di linea sempre strapieno. Ma giunto sbadigliando davanti al vecchio e malandato portone, lo trovò con gran sorpresa spalancato! Lui era sempre il primo ad arrivare, e suo era l’incarico di aprire il portone, e mai era successo di trovarlo già aperto! Esitò un solo istante, poi entrò con cautela: era forse trasandato nel vestire, ma coraggioso e ardito nel momento del pericolo.
Respirò a fondo e si guardò intorno: c’era una montagna di scartoffie sparpagliate in giro, ma quello era più o meno normale, i computer c’erano tutti, e l’unica stranezza, una splendente stranezza, era una luminosa fanciulla vestita di bei vestiti dorati che avvolgendola le davano una luce misteriosa… per contrasto il giovane trasandato si sentì un po’ fricchettone, ma più che altro grande era il suo stupore nell’osservare quella Venere dorata. Forse è la nuova direttrice, pensò, e io sto a guardarla curioso, ma c’è da dire che ha un look davvero speciale…
“hem, ben arrivata, egregia direttrice, io mi presento, Mirko De Rossi, impiegato categoria D2.”
La bella direttrice taceva, lucente e dorata. Mirko un po’ imbarazzato vanamente cercava di ravviarsi la criniera e così era sempre più spettinato, mentre i vestiti gli si formavano fagotti di sacco, se ne accorgeva ora di quanto era sciattone:
“non mi funziona il ferro da stiro” si scusò. Patetico, d’accordo, ma bisogna dire che la nuova direttrice avrebbe messo in difficoltà chiunque, visto che si era messa a svolazzare tra le scrivanie facendo cadere tutti i fogli in un vagheggiare tumultuoso di veli dorati, che nel volo lasciavano vedere le sue curve super perfette… guardare i fogli che danzavano per l’ufficio, o godersi lo spettacolo unico della Direttrice volante?
Entrò in fretta Salvatore. Il quale era stato il direttore fino al giorno prima, anzi a ben pensarci lo era ancora adesso dato che nessuno gli aveva detto di andare via, era un D8, mica un direttorucolo da nulla.
“e questa chi è? Forse la nuova donna delle pulizie? Ehi, mi sembra poco pratico davvero il suo modo di spolverare, la smetta immediatamente! Così butta tutto all’aria e…e…etcium!” starnutì. La dorata e lucente fanciulla era ormai una sorta di ventilatore super velocissimo. Intanto arrivavano tutti gli altri, e inutile dire che restavano a bocca aperta mentre i preziosi frutti del loro lavoro, tutte quelle carte, prendevano disordinatamente il portone e fuggivano.
“telefoni subito alla ditta delle pulizie per protestare”, urlava Salvatore alla segretaria, che rabbrividiva per la corrente d’aria.
“non posso, il numero è volato via, anche gli elenchi del telefono!”
“accendete i computer che cerchiamo su internet, e tu Mirko muoviti per la miseria, fermala, fai qualcosa!”
Inutile, fermare la danza dorata era impossibile, e in verità, a parte il direttore e la fida segretaria, tutti trovavano la fanciulla piuttosto affascinante, specie quando le si alzavano i dorati veli. Inoltre per Mirko era una gioia anche vedere tutti i suoi colleghi precisini e pignoli, restar lì a bocca aperta, coi capelli scompigliati dal vento.
Buona e gentile fu comunque la fanciulla dorata, che si fermò da sola, rassettandosi veli e sciarpine e planando al suolo, mentre i computer tutti insieme suonavano l’inno alla gioia di Beethoven e sui monitor comparivano le figure dei tarocchi di Niki de Saint-Phalle. In particolare si vedeva l’Eremita passare con lanterna e bastone e serpentello da un monitor all’altro, scrutando in ogni recesso e recondito anfratto:
”babbino, sono qui! Volevo solo far vedere a questi signori come si può volare con la fantasia, e infatti ci sono riuscita, ognuno ha visto in me un personaggio diverso e così mi ricorderà nel tempo… vedrai babbino che ho fatto bene, non si annoieranno più!” gorgheggiò la fatina, saltando dentro al monitor del direttore e riabbracciando il vecchio babbo, che finalmente potè posare la lucerna tenendo però ben stretto il bastone.
“traveggole formidabili” disse Mirko, fregandosi gli occhi, e cercò di ravviarsi la criniera mentre un esercito di documenti rientrava ordinatamente dal portone.. “una fata per nuova direttrice!”
“tutti al lavoro, subito!” ordinò Salvatore, tanto per chiarire che un direttore sempre sa cosa fare, e sa anche rimettere le cose al loro posto!
“permesso” bussò una donnona gigantesca, armata di stracci e secchi e spazzoloni. “sono Antonellona Eremita, la nuova donna delle pulizie, ditta La Fata Luminosa… fatemi entrare che vi sistemo tutto di volata!”
Chissà perché la guardavano tutti a bocca aperta…
